La vulnerabilità della spoletta agli urti

Le immagini di questa pagina mostrano due spolette di ordigni nucleari. Costruiti, come tutti i componenti degli ordigni nucleari dalla General Electric, il grande pubblico ha sentito parlare di questi, per la prima volta, grazie a Ted Taylor, già Nuclear Weapon Designer a Los Alamos dal 1959 e che, nel 1978, a seguito di una crisi religiosa, decise di rivelare al mondo i pericoli del nucleare. La spoletta di un ordigno nucleare contiene, oltre all’esplosivo che dovrà spingere il cilindro all’interno della sfera di uranio o di plutonio, una serie di circuiti e sistemi meccanici volti ad impedire l’inserimento accidentale del cilindro a seguito, ad esempio di un urto. 

Per quello che ci è dato sapere, l’urto massimo che una tale struttura può sopportare è quello prodotto da una accelerazione determinata dalla caduta libera di un velivolo da 11.000 metri di quota (pare, comunque, che ad una quota prossima a questa, un altimetro inneschi nell’ordigno un ulteriore sistema di bloccaggio); una accelerazione questa certamente elevata (un aereo, quale un cacciabombardiere Tornado IDS, in caduta libera, si schianterebbe al suolo ad una velocità stimata di 800 km all’ora) ma, comunque, di molto inferiore a quella che potrebbe determinarsi dall’impatto di un velivolo in volo. A tale riguardo la Natural Resources Defense Council, una organizzazione di scienziati impegnati sul tema del disarmo, in una audizione Commissione Difesa del Congresso degli Stati Uniti, tenutasi nel 2003, esibendo calcoli - apparsi ai più convincenti - sulla resistenza agli sforzi di taglio dell’acciaio con il quale è rivestita la spoletta, ha dimostrato che un ordigno nucleare del tipo MK28 certamente esploderebbe accidentalmente se fosse stato caricato su un caccia bombardiere Tornado IDS che, alla velocità di 2.300 km. all’ora si schianta contro un altro velivolo o, ancora peggio, contro una montagna

Tecnologia di un ordigno nucleare 

L'hardware e le radiazioni

I fulmini e il PAL

I sistemi di sicurezza negli ordigni nucleari

© Francesco Santoianni